La cucina unisce l’Italia: storia dei primi piatti tricolore

La cucina unisce l’Italia: storia dei primi piatti tricolore
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La cucina che unisce l’Italia: i nostri primi più famosi

Tricolore si, non tanto per le tonalità o le sfumature, ma per il cuore. Un cuore 100% italiano quello della cucina che unisce l’Italia.

Questi semplici e gustosi piatti mettono sempre tutti d’accordo, da nord a sud, anche all’estero. Ci hanno resi famosi in tutto il mondo, annoverandoci come primo paese per la qualità e la varietà delle proposte culinarie autoctone.

Ma dove nascono alcuni dei nostri piatti piu’ conosciuti?

Oggi dedichiamo un articolo ai primi piatti. Ecco alcune tra le storie piu’ curiose, tra mito e realtà, dalle quali sono nate le pietanze simbolo del bel paese. Buon appetito!

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Dall’epoca Romana fino al Medioevo: la Pasta e Fagioli

Ben 2000 anni fa, all’epoca degli Antichi Romani, la pasta e fagioli veniva consumata come classica zuppa di cereali e legumi, insaporita da spezie e pane. Prima dell’arrivo della pasta secca infatti, venivano consumate nelle cucine dei braccianti e dei contadini.

E’ un piatto economico e allo stesso tempo nutriente. Virgilio lo chiamava vilem phaseulum perchè legume alla portata di tutti, quindi cibo povero.
Durante il Medioevo, nacque la pasta simile a come noi oggi la conosciamo ma l’uso di abbinarla e cuocerla con i fagioli risale probabilmente al 1530,  insieme ad altre nuove colture come pomodori e peperoni. I fagioli trovarono così impiego in tutti i ricettari più autorevoli dell’epoca al punto che Caterina de’ Medici.

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Dal 997 fino al 1889: l’evoluzione della pizza

Al 997 D.C. risalgono i primi ritrovamenti storici che attestavano l’uso della parola “pizza”. Successivamente, la ritroviamo anche in un contratto di locazione con data 31 gennaio 1201 a Sulmona. Infine, nel XVI secolo a Napoli ad un pane schiacciato venne dato il nome di pizza che deriva dalla storpiatura della parola “pitta”.

Ma quella che tutti noi oggi conosciamo comincia a formarsi nel XVII secolo,  coperta con sola salsa bianca. Fu più tardi sostituita con olio d’oliva, formaggio, pomodori o pesce. 

La pizza marinara risale al 1734, mentre la pizza Margherita è degli anni 1796-1810. Nel giugno 1889, per onorare la Regina d’Italia Margherita di Savoia, il cuoco Raffaele Esposito preparò la “Pizza Margherita”, una pizza condita con pomodori, mozzarella e basilico, per rappresentare i colori della bandiera italiana.

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1200: i tortellini

Tra le eccellenze da annoverare, e sicuramente tra le pietanze esclusivamente italiane, posto d’onore spetta ai tortellini. Nati a Bologna, non a caso denominata “la Grassa”, la loro è probabilmente la storia più curiosa:

narra la leggenda che nel 1200 a Castelfranco Emilia, arrivò alla locanda Corona per riposarsi, una giovane Marchesina. Il locandiere accompagnò la dama in camera e attratto dalla sua bellezza, la spiò dalla serratura. Rimase così colpito dal suo ombelico, che al momento di preparare la cena tirò la sfoglia riproducendone le fattezze. Ma non sapendo cosa farne della sola pasta li riempì di carne. Nacque così il prelibato tortellino ripieno. 

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Dal 1300, giovedì gnocchi

 Gnocco è un termine longobardo (“knohh”) di epoca medioevale, esso definisce qualunque impasto di forma tondeggiante. 
Nei secoli passati e anche oggi in alcune zone, la parola gnocco e sinonimo di maccherone. Nel XIV sec. il Boccaccio quando nel Decamerone parla di: “maccheroni che rotolavano a valle di una montagna di formaggio grattugiato”, alludeva con ogni probabilità a una sorta di gnocchi. 
I primi erano a base di farina o di semolino. Quelli con patate o mais vengono in uso solo verso al fine del ‘700. Da notare che con il passare del tempo la dimensione degli gnocchi si è andata riducendo. Siamo partiti da gnocchi grossi come uova per arrivare a gnocchetti piccolissimi a forma di conchigliette, arricciolati su se stesse per trattenere il condimento.

Presso la corte sforzesca, in occasione dei banchetti di nozze e/o dei festeggiamenti per le vittorie militari, erano conosciuti sotto il nome di“zanzarelli”. La preparazione era abbastanza  diversa da quella odierna: si usava la mollica di pane, le mandorle tritate, il latte ed il cacio lodigiano. Spesso, all’impasto, venivano aggiunti spinaci in modo da cambiarne il colore ed il sapore ed in questo modo il brodo in cui venivano cotti diventava dorato. Tutto ciò era simbolo di ricchezza della casa.

Nel Seicento erano chiamati “malfatti”: la ricetta prevedeva l’utilizzo dell’acqua, delle uova e della farina invece delle mandorle e del pane.
A Roma, secondo la tradizione, venivano cucinati di giovedì: un detto popolare diceva così: “Giovedì gnocchi, Venerdi pesce (o anche “ceci e baccalà”), Sabato Trippa”. Dal 1880 in poi quasi tutte le varianti degli gnocchi scomparvero, ad accezione di quelli di patate, che venivano preparati in tutte le regioni d’Italia. 

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Dai Romani al Barocco: il percorso della lasagna

Le lasagne, infatti, le conoscevano già i Romani, e non solo a Bologna e Napoli: con il termine “laganon” e “laganum” indicavano infatti una sfoglia sottile ricavata da un impasto a base di farina di grano, che veniva cotto al forno o direttamente sul fuoco. Apicio, in particolare, parla esplicitamente di una “lagana” formata da sottili sfoglie di pasta farcite con carne e cotte in forno.

Nel Medioevo queste lasagne erano molto diffuse. Fra’ Salimbene da Parma così descrisse un monaco: “Non vidi mai nessuno che come lui si abbuffasse tanto volentieri di lasagne con formaggio”.

In Emilia arrivarono con l’avvento della pasta all’uovo nel Rinascimento. E con l’avvento di una ricetta, risalente al XIV secolo, che prevedeva l‘alternarsi di starti di pasta e formaggio. Fu probabilmente dall’unione di questa pietanza con le vecchie lasagne romane che, nel 1600, nacquero in Emilia le odierne lasagne, completate un secolo più tardi dalla salsa al pomodoro di Napoli.

1816: Francesco Leonardi e l’Amatriciana

 Amatriciana: guanciale, pecorino e pomodoro. Prende il nome da Amatrice, una cittadina in provincia di Rieti. La prima testimonianza risale al 1816, quando il cuoco Francesco Leonardi lo servì al Papa Pio VII. Questo sugo è figlio quindi della gricia (o griscia), piatto di spaghetti o maccheroni conditi con olio, pepe e barbozzo o guanciale, nato in un paese reatino di nome Grisciano. Cosa certa è che l’aggiunta della salsa di pomodoro risale alla fine del diciassettesimo secolo.

 Romano di nascita, Leonardi stilò un elenco di 3000 ricette con storie e suggerimenti. Fu il primo cuoco a usare stabilmente i pomodori e vanta come propria l’invenzione della classica combinazione napoletana della pasta al pomodoro. Il suo sugo, ottenuto con pomodori privi di semi e fatti sobbollire aggiungendo cipolle, sedano, aglio, basilico, è tutt’oggi immutato.

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Anni 30/40: la giovane Carbonara

Più giovane dei suoi conterranei, la carbonara nasce durante la seconda guerra mondiale, quando i giovani americani della linea Reinhard venivano sfamati dalla pasta “cacio e ova” abruzzese. Un giorno, guardandosi attorno, hanno visto guanciale e pancetta affumicata ed hanno deciso di aggiungerli al piatto.

Sapori che richiamavano alla mente casa, dove eggs and bacon erano la colazione prediletta. Quindi la nota carbonara italiana altro non è che un’invenzione, almeno in parte, americana.

 

 

 

Omaggio al Giappone: Yoko Ono, l’artista sconosciuta di cui tutti sanno il nome

Omaggio al Giappone: Yoko Ono, l’artista sconosciuta di cui tutti sanno il nome
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Yoko Ono, l’artista sconosciuta di cui tutti sanno il nome

“La più famosa artista sconosciuta: tutti conoscono il suo nome ma nessuno sa cosa fa”. La descriveva cosi suo marito e musicista dei celebri Beatles, John Lennon. Yoko Ono, con i suoi 85 anni, è tutt’oggi una donna attiva in molti campi.

Poliedrica ed interessante, è stata anche troppo spesso odiata e accusata di essere “la strega giapponese che fece sciogliere i Beatles”.

In realtà, si tratta di un’artista a 360°. Nella sua vita ha scritto libri, ha diretto film sperimentali, è stata protagonista del mondo musicale e in quello artistico.

E’ stata uno dei pionieri dell’arte concettuale, tramite performance artistiche quali Cut Piece, durante la quale, seduta su un palco, invitava il pubblico a tagliare con delle forbici i vestiti che indossava, fino a restare nuda. La performance è stata riproposta nel 2003. In un’epoca dove la nudità è divenuta ordinaria, voleva vedere come avrebbero reagito gli spettatori. Bisogna cambiare prospettiva e vedere la violenza di un gesto su di un corpo inerme, capire che nella scelta sta la libertà del corpo.

Yoko Ono è stata una donna attiva politicamente, che si schiera e lotta in favore del pacifismo e del rispetto dei diritti umani e una grande donna della finanza, cosa che sanno in pochi.

Oggi di certo non vuole stare con le mani in mano e crea eventi, arte, quadri ed installazioni a favore della Pace.

 

Omaggio al Giappone: piatti europei ricchi di contaminazioni dal Sol Levante

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Con personaggi del calibro di Yoko Ono, ma non solo: basti pensare al designer Kenzo Takada, ai motori di Yamaha Torakusu e all’architettura di Tadao Ando, è difficile non ammirare un paese come il Giappone. Ricco di contaminazioni dal mondo ma che, a sua volta, influenza notevolmente l’arte e la cultura occidentale, non poteva non meritare uno speciale annoveramento tra le nostre tematiche settimanali. Abbiamo studiato quindi un particolare menu ricco di contaminazioni e abbinamenti italo/giapponesi. Buon appetito!

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ANTIPASTO

Vellutata di polenta gialla con gamberone rosso di Mazara marinato al sakè e succo di melograno

PRIMO

Risotto con riso da sushi con fave fresche, piselli, moscardini e zenzero

SECONDO

Tataki di ricciola con crema di zucca al wasabi, granella di pistacchio e barbabietola

DESSERT

Dorayaki di anko (crema dolce di fagioli rossi) e mele, ricoperto da una sfoglia ai 5 cereali e coulis al mirtillo

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Pyeongchang Olimpiadi Invernali 2018: la Corea del gusto

Pyeongchang Olimpiadi Invernali 2018: la Corea del gusto
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Pyeongchang 2018: i 23esimi Giochi Olimpici Invernali

Come molti sapranno, siamo nel mezzo dei XXIII Giochi olimpici invernali, inaugurati il 9 febbraio e che proseguiranno fino al 25. Si stanno svolgendo nella Corea del Sud, piu’ specificatamente a Pyeongchang.

Si tratta della seconda Olimpiade ospitata dalla Corea del Sud dopo l’edizione estiva del 1988, disputata a Seul.

Curling, hokey, sci e pattinaggio sono solamente alcune delle discipline sportive sulle quali si contenderanno il podio i migliori rappresentanti di 92 paesi del mondo.

Siamo naturalmente tutti molto affascinati dalle Olimpiadi. Permettono di vivere, anche se non in prima persona, le emozioni dello sport. Ancor meglio, chi gareggia scopre nuove culture e tradizioni.

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Olimpiadi Invernali 2018: la cucina coreana in una tradizione millenaria

In queste occasioni, una su tutte è la cucina, che si assapora in tutta la sua autenticità.

Le origini della cucina coreana risalgono a più di 2000 anni fa e durante questo tempo si è evoluta insieme con lo sviluppo culturale e sociale del paese. Questa cucina, anche se ancora non è così diffusa come quelle giapponese o quella cinese, sta crescendo in popolarità grazie alla sua ricchezza di sapori e di ingredienti sani che la rendono unica.

Generalmente i pasti coreani sono costituiti da tre piatti principali: Riso al vapore (bap), zuppa (guk) e contorni vari (banchan) che vengono serviti allo stesso momento.
In realtà il riso non è una pianta autoctona della Corea. Cereali come l’orzo e il miglio erano molto consumati e furono poi affiancati dal frumento, dal sorgo e dal grano saraceno. Il riso diventò il cereale prediletto durante il periodo dei tre regni di Corea (tra il I e il VII sec AC).

Ma vediamo nel dettaglio da cosa è costituita fondamentalmente la cucina coreana.

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Olimpiadi Invernali 2018: ingredienti sani e… mediterranei

Parola d’ordine: Soia. Veniva coltivata per fini alimentari già intorno al 1000-900 a.c.

La soia viene utilizzata per produrre il tofu (dubu), mentre i germogli vengono fatti saltare in padella e serviti come verdura. Viene anche condita e servita come piatto di contorno e utilizzata per produrre il latte di soia, ingrediente base del piatto di spaghetti coreani chiamato kongguksu. Un suo sottoprodotto è la polpa di soia che dona consistenza a stufati e zuppe.

 I noodles vincono il secondo posto degli ingredienti principali. Si mangiano con il japchae (un tipo di insalata) o il sundae (un tipo di sanguinaccio), oltre all’uso a noi piu’ noto come ingrediente secondario di zuppe e stufati.

Per quanto riguarda la carne, l’importanza che i coreani davano al bestiame suggerisce che non consumavano grandi quantità di manzo.  Le bestie erano utili come animali da fatica e macellarne uno avrebbe causato grossi problemi all’attività agricola; a causa di questa circostanza, il maiale e il pesce erano probabilmente consumati con maggiore frequenza. 

Il pollo, infatti, è spesso servito arrostito o brasato, con le verdure o nelle zuppe. Nella cucina coreana si utilizzano tutte le parti dell’animale, incluso il ventriglio, il fegato e le zampe. I polli giovani vengono brasati con il ginseng.

Infine, per ultimo ma non per importanza, le salse. I condimenti si dividono in fermentati e non fermentati. Tra i condimenti fermentati, vi sono il ganjang, il doenjang, il gochujang e gli aceti. Della categoria non fermentati e spezie, fanno parte il pepe nero, il pepe rosso, il pepe di Sichuan, la cordifolia, la mostarda, l’aglio, lo zenzero, il porro e l’erba cipollina.

 

Gessi Showroom Milano: esclusività e design made in Italy

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Gessi Milano: il luxury made in Italy

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Gessi Milano: la nascita del Concept Lab

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Gessi Milano si discosta dal tipico showroom, andando oltre la pura esposizione. Nasce così un concetto nuovo di spazio creativo: un vero Concept Lab per l’architettura e l’interior. 

Il Lab di Gessi inoltre, è un concept store di complementi preziosi o insoliti raccolti da tutto il mondo. Presenta una ricercata editoria e consente a chiunque vi entri di trovare qualcosa al di fuori dell’ordinario. 

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Gessi Milano: contenitore di eventi e presentazioni esclusive

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